Il giorno seguente, ad aspettarci a Colombo c’era Steven, la nostra guida. Un personaggio che ci avrebbe accompagnato in una serie di avventure per i successivi nove giorni e che, alla fine del viaggio, si guadagnò l’appellativo di “mitico”.
In quei pochi giorni capitò veramente di tutto. Ne successero di quelle che il guasto aereo, a confronto, arrivò a sembrare uno scherzo.
Ci ritrovammo faccia a faccia con le contraddizioni dell’isola ma anche con la sua imponente natura: i guerriglieri Tamil da una parte e gli elefanti dall’altra.
Passammo una giornata fantastica nel nord dell’isola, visitando luoghi incantevoli, carichi sia di storia che di spiritualità. All’andata, una volta usciti dalla foresta, ci imbattemmo in un piccolo incidente stradale: un camion era finito fuori strada mettendosi di traverso sulla carreggiata creando un po’ di coda.
Ormai, dopo un paio d’ore di viaggio devastante, il sole era già sotto l’orizzonte. Ad un certo punto, Steven ordinò all’autista di fermarsi e quello inchiodò. Ci fu una breve discussione fra i due dopo la quale l’autista ingranò la retromarcia e piano piano il van tornò indietro. Steven ci fece segno di stare zitti, poi indicò alla nostra sinistra. Con grande sorpresa ed indescrivibile emozione notammo una famiglia di elefanti a pochi metri dal nostro mezzo in attesa di attraversare la strada. Quindi non erano storie per turisti, era tutto vero!
Fu, infine, grande la sorpresa quando lo sterrato finì dopo poche centinaia di metri. La foresta ci aveva espulso dal suo ventre, affascinante ed insidioso, donandoci, un attimo prima di finire, l’ultima sorprendente emozione.
La strada asfaltata in brevissimo tempo ci portò al primo paese.
L’autista parcheggiò in uno spiazzo, di fronte ad un negozietto, scese insieme a Steven ed entrarono. Ne uscirono con una bottiglia in mano, come fossero due vigili del fuoco dopo una dura giornata di lavoro passata a salvare vite. Mi colpì molto il fatto di vederli in quelle condizioni di affaticamento. Erano davvero scossi, a conferma che certe esperienze non erano da tutti i giorni.
La bottiglia, come nella migliore tradizione di certe località esotiche, islam permettendo, conteneva un distillato a base di palma. Una bombetta alcolica, disgustosa, ma che in quel frangente, versata nei bicchieri di plastica, sembrò il miglior Brandy mai bevuto.
Steven parlava italiano perché da giovane aveva frequentato l’Italia per affari, trovandovi anche l’amore. Commerciava pietre preziose derivanti dalle miniere di famiglia, una delle risorse importanti dell’isola. Ci incantò raccontandoci dei suoi incredibili viaggi per il commercio delle pietre. Gli capitò anche di lavorare con Piero Angela per un documentario sugli elefanti dello Sri Lanka. Sembravano storie uscite da romanzi. Ed oggi mi ritrovo a scrivere di questo amico pensando che effettivamente la sua storia merita di essere condensata in un romanzo. Uno di quelli col finale strano però, non proprio a lieto fine, dove si racconta ad esempio che pochi mesi dopo il nostro incontro ci fu il grande tsunami e di lui non riuscimmo più ad avere notizie.

“Oltre al Blues ho un sacco di altre passioni ma nessuna di queste supera la quasi perversa attrazione che nutro per l’Andalusia, per il Flamenco e per le zingare dagli occhi neri”











