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L’isola risplendente, così si può tradurre dal sanscrito il nome Sri Lanka. Lo preferisco di gran lunga a Lacrima d’India, appellativo derivante dalla sua forma a goccia allungata.
Anni fa la mia avventura cingalese partì male, molto male. Un guasto aereo, con tanto di scenografico atterraggio d’emergenza, costrinse infatti me e mia moglie ad uno stop forzato di ventiquattr’ore nel Barhein.

Il giorno seguente, ad aspettarci a Colombo c’era Steven, la nostra guida. Un personaggio che ci avrebbe accompagnato in una serie di avventure per i successivi nove giorni e che, alla fine del viaggio, si guadagnò l’appellativo di “mitico”.

In quei pochi giorni capitò veramente di tutto. Ne successero di quelle che il guasto aereo, a confronto, arrivò a sembrare uno scherzo.

Ci ritrovammo faccia a faccia con le contraddizioni dell’isola ma anche con la sua imponente natura: i guerriglieri Tamil da una parte e gli elefanti dall’altra.

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Elefanti risalgono dal fiume
Photograph by Viaggioblues
Una mattina capitò di fare una trasferta attraverso la foresta e di fermarci in visita da una signora che abitava in una casa di fango. Una bellissima casa di fango, con tanto di capanna sull’albero per mettersi al riparo dal barbaro, quanto naturale ed inevitabile, passaggio di famiglie di elefanti. Non nascondo che alcuni racconti, proprio al riguardo degli elefanti, al tempo mi sembrarono un po’ esagerati, tipo riadattati per turisti creduloni. Ebbi modo di ricredermi.

Passammo una giornata fantastica nel nord dell’isola, visitando luoghi incantevoli, carichi sia di storia che di spiritualità. All’andata, una volta usciti dalla foresta, ci imbattemmo in un piccolo incidente stradale: un camion era finito fuori strada mettendosi di traverso sulla carreggiata creando un po’ di coda.

Il fatto è che, in posti così, ciò che ad un occidentale può sembrare minimo, può diventare un problema insormontabile.
Infatti, al ritorno ritrovammo il camion ancora , ma stavolta occupava tutta la carreggiata bloccando interamente il traffico. Si erano formate lunghe code da entrambe le direzioni. Il nostro piccolo van si fermò insieme a tutti gli altri mezzi. Steven scese e si incamminò verso il luogo dell’incidente; lo vidi confabulare con un po’ di persone. Al suo ritorno scambiò velocemente due parole con l’autista che mise in moto e fece inversione di marcia. Da lì partì una pazza corsa di cinquanta chilometri di sterrato in un tratto di foresta diverso da quello del mattino. Steven era agitatissimo e ci disse di nascondere i nostri portafogli. Il mezzo saltava sulle buche a tutta velocità. In alcuni punti superavamo mezzi più lenti ed in altri venivamo a nostra volta sorpassati. Credo di aver rischiato la vita più volte in quel tragitto.
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La casa di fango nella foresta
Photograph by Viaggioblues
Ci agitammo iniziando a fare domande. Steven parlò soltanto dopo essere stato parecchio incalzato. Ci spiegò che dovevamo darci una mossa e uscire dalla foresta prima del tramonto per due motivi: il primo era che ci trovavamo in un territorio Tamil dove era facile imbattersi in imboscate ed essere derubati e appiedati, il secondo era che dopo il tramonto gli elefanti si spostavano in branco verso le zone interne e sarebbe stato molto probabile trovarseli in mezzo alla strada o esserne travolti. Eravamo convinti che gli elefanti fossero animali pacifici ma in quei giorni capimmo che la loro natura non deve essere sottovaluta.

Ormai, dopo un paio d’ore di viaggio devastante, il sole era già sotto l’orizzonte. Ad un certo punto, Steven ordinò all’autista di fermarsi e quello inchiodò. Ci fu una breve discussione fra i due dopo la quale l’autista ingranò la retromarcia e piano piano il van tornò indietro. Steven ci fece segno di stare zitti, poi indicò alla nostra sinistra. Con grande sorpresa ed indescrivibile emozione notammo una famiglia di elefanti a pochi metri dal nostro mezzo in attesa di attraversare la strada. Quindi non erano storie per turisti, era tutto vero!

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Restammo lì per circa un minuto. Noi guardavamo loro e loro guardavano noi dal riparo di quella piccola radura. Ci domandiamo ancora oggi come diavolo riuscì Steven ad accorgersi degli elefanti a quella velocità.

Fu, infine, grande la sorpresa quando lo sterrato finì dopo poche centinaia di metri. La foresta ci aveva espulso dal suo ventre, affascinante ed insidioso, donandoci, un attimo prima di finire, l’ultima sorprendente emozione.

La strada asfaltata in brevissimo tempo ci portò al primo paese.

L’autista parcheggiò in uno spiazzo, di fronte ad un negozietto, scese insieme a Steven ed entrarono. Ne uscirono con una bottiglia in mano, come fossero due vigili del fuoco dopo una dura giornata di lavoro passata a salvare vite. Mi colpì molto il fatto di vederli in quelle condizioni di affaticamento. Erano davvero scossi, a conferma che certe esperienze non erano da tutti i giorni.

La bottiglia, come nella migliore tradizione di certe località esotiche, islam permettendo, conteneva un distillato a base di palma. Una bombetta alcolica, disgustosa, ma che in quel frangente, versata nei bicchieri di plastica, sembrò il miglior Brandy mai bevuto.

Steven parlava italiano perché da giovane aveva frequentato l’Italia per affari, trovandovi anche l’amore. Commerciava pietre preziose derivanti dalle miniere di famiglia, una delle risorse importanti dell’isola. Ci incantò raccontandoci dei suoi incredibili viaggi per il commercio delle pietre. Gli capitò anche di lavorare con Piero Angela per un documentario sugli elefanti dello Sri Lanka. Sembravano storie uscite da romanzi. Ed oggi mi ritrovo a scrivere di questo amico pensando che effettivamente la sua storia merita di essere condensata in un romanzo. Uno di quelli col finale strano però, non proprio a lieto fine, dove si racconta ad esempio che pochi mesi dopo il nostro incontro ci fu il grande tsunami e di lui non riuscimmo più ad avere notizie.

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